Il faro

scritto da Vrilly
Scritto 3 giorni fa • Pubblicato 24 ore fa • Revisionato 24 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Vrilly
Autore del testo Vrilly
Immagine di Vrilly
Ci sono luoghi che sembrano chiamarci senza un motivo. Basta seguire quel richiamo per scoprire che il cammino più importante è spesso quello che conduce dentro di noi.
- Nota dell'autore Vrilly

Testo: Il faro
di Vrilly

Il cielo è grigio e il lungomare umido. I passi sulla battigia sembrano solchi che restano impressi solo quel tanto che basta a essere spazzati via dall’onda successiva che, lenta ma costante, si allunga sulla sabbia senza lasciarne memoria. La passeggiata continua senza che, in effetti, ci sia traccia del suo stesso esistere, se non per quella sensazione, a tratti quasi piacevole, in cui il peso di tutto il corpo, tramite il piede, affonda di qualche centimetro per poi risollevarsi, quasi libero del proprio peso, dando modo all’altro di proseguire il cammino.

E mentre il corpo, i piedi, la sabbia umida sottostante e il mare, come in accordo tra loro, svolgono il proprio ruolo, più in alto una mente carica di pensieri e appesantita dallo sconforto del cuore si connette a quel cielo grigio, come se tutto dovesse trovare coerenza in un ordine che grida al caos.

Lì lontano, ma non lontanissimo dalla fredda spiaggia grigia, svetta, su un piccolo promontorio affacciato sul mare, un vecchio faro. Da lontano sembra ancora in funzione, con la sua torretta ben in evidenza e la ringhiera bianca su un muretto a secco che delimita il perimetro di un giardino che, dalla spiaggia, non si scorge appieno ma lascia all’immaginazione l’idea della sua forma.

Il bianco del faro e il blu cobalto del tetto attraggono lo sguardo che, prima perso sulla spiaggia spoglia, passo dopo passo si avvicina a quel luogo che attrae, fiero e immobile su quello scoglio alto che spunta sul mare, come una piccola protuberanza di una terra verde e rigogliosa, per poi perdersi ed estendersi in villaggi e paesi, strade, persone, storie.

Non sono poi così lontano da tutto quello che, fino a ora, mi è sembrato soltanto osservabile. Mi rendo conto, pur senza variare minimamente il mio assetto, che ciò che osservo non è fuori di me: in qualche modo ne è parte. E che, se solo dirigo la mia attenzione invece di lasciarla andare libera, posso in breve tempo raggiungere quel punto che, da quando esiste, non fa altro che guidare forestieri come me verso un rientro sicuro.

Non ho fretta di arrivare ma, adesso, sono attratto come da una calamita. Voglio salire lassù, toccare quelle pietre bianche e, se fosse possibile, salire su quel faro, osservare ciò che appare dal suo punto di vista.

Quando, seguendo il sentiero che dalla spiaggia porta al promontorio, mi volto un attimo indietro e mi accorgo della strada fatta, noto che, anche se il mondo sembra non conservarne traccia, qualcosa comunque permane.

Qualche momento prima ero lì, a costeggiare la battigia instabile, perso in pensieri che ora mi sembrano passati, lontani, andati. Niente lascia pensare che io sia passato di lì: ogni orma cancellata dalla successiva e tutte inghiottite dal mare. Chissà se esso ne conserva memoria, o se, con il suo fluire, scompone la forma per permettere all’essenza di ripresentarsi ancora.

Mi volto, lasciando questi pensieri al vento, che adesso percepisco più intenso, e continuo sul mio sentiero.

Ho perso un po’ il tempo. Non so quanto sia durata la mia camminata, ma adesso sono qui: davanti a me un prato e un sentiero che si assottiglia. Sembra quasi una linea, più che una strada, che conduce al bordo, limite prima che inizi la scogliera.

Sono lontano dal mare, tanto da vederne adesso solo l’orizzonte, ma ne percepisco comunque la presenza vicina. Seguo quella linea come se, indipendentemente dal mio pensare, i piedi sapessero dove andare.

Intorno è tutto verde, di un verde brillante sotto un cielo grigio e umido. E lì, come unico punto luce, il faro.

È indescrivibile la sua bellezza. Un edificio bianco e basso, dal tetto color cobalto. Sembra avere una base quadrata, ma chi può davvero dirlo da questa prospettiva? Le finestre sono piccole, alcune ravvicinate, altre più centrate. E lì, più verso il mare, sorge la torre del faro.

Ora mi sembra davvero maestosa, mentre dalla spiaggia mi appariva soltanto una torretta. All’apice della torre, una grande vetrata permette alla luce, in continua rotazione, di indicarne la presenza.

È magnetica l’attrazione che mi procura. Riprendo a camminare. Ho voglia di arrivare.

Adesso, in prossimità dell’edificio, lo spazio ampio della brughiera verdeggiante diventa più raccolto. Ah, sì… il muretto a secco con la ringhiera bianca che vedevo anche dalla spiaggia. È la recinzione del faro. Una protezione o una delimitazione?

I pensieri vagano su queste due parole che, benché diverse, sono facce della stessa medaglia. Mi perdo un po’. Affiorano ricordi, momenti in cui mi sono sentito isolato ma, a mio modo, anche protetto.

Riesco a percepire il paradosso di quella sensazione e mi chiedo se esistano altre possibilità. Di sicuro ce ne sono, ma spesso, per abitudine o praticità, mi fermo alla prima possibilità che incontro, lasciando tutte le altre in una forma di esistenza latente che difficilmente esplorerò mai.

So che potrei perdermi in questi pensieri…

Mi sforzo, con un atto di consapevolezza, e continuo a seguire quella linea che mi fa attraversare un piccolo cancelletto aperto. E sì, sono dentro.

Il faro adesso è davvero imponente. Enorme nella sua struttura massiccia, come se dovesse perdurare nel tempo anche quando tutto scompare. La torre è davvero alta da dove mi trovo. Ma basta cambiare inclinazione allo sguardo ed ecco che scorgo un cartello.

Open.

Mi avvicino e mi accorgo che la porta blu cobalto, che segue il sentiero sul quale cammino e conduce all’interno del faro, è l’ingresso di un luogo aperto al pubblico, simile a un pub-caffetteria.

Entro, come attratto da qualcosa, e sì, decisamente è un luogo dove fermarsi.

Piccoli tavolini delimitano almeno tre pareti a vetri dell’ambiente. Un lungo bancone di legno si sviluppa su un lato, dove c’è un gran fermento di tazze, bicchieri e birra spillata al momento. Al centro della sala, tavoli più grandi, divani e poltrone creano piccoli salotti.

Su un lato, in fondo, una pedana sulla quale è allestito un piccolo proscenio con leggii e qualche strumento a percussione appoggiato accanto a sedie e poltroncine. Poco più in là, trasversale alla pedana, un pianoforte a muro che però non è accostato a nulla.

In un attimo, quell’atmosfera, vuota in quel momento, mi appare calda e piena.

La mia mente al galoppo immagina fredde serate invernali all’esterno, riscaldate dal grande camino che, come un focolare, scalda il cuore della sala tra salotti e tavoli; un’atmosfera musicale improvvisata da gente del posto che si ritrova lì per convivialità, tra una birra e una tisana, tra chiacchiere allegre e musica spontanea.

Alle pareti bianche del locale sono appese fotografie che ritraggono tempeste, grandi barche, scogliere, volti e persone sui pescherecci. Corde, nasse e piccole ancore quasi arrugginite dal tempo ornano il locale che, vista l’ora pomeridiana, è ancora abbastanza vuoto.

Mi avvicino al banco, scelgo una birra, la ordino e, con il boccale pieno, vado a sedermi a un tavolino sotto una delle finestre che danno verso il mare.

Da lì mi sembra di stare sul ponte di una nave. La finestra diventa un piccolo oblò sull’acqua e l’orizzonte grigio-blu sembra perdersi nello sguardo.

Un sorso di birra, e la schiuma densa e compatta mi invita immediatamente a un altro. Lo sguardo si perde decisamente nel mare mentre mi siedo comodo, affondando nello schienale della poltroncina che mi sorregge.

Mentre lo sguardo si allunga verso il mare, i pensieri vagano.

La mia paura ha preso da tempo la strada dell’ostinazione. Mi concedo il tempo per fare da solo ciò che mi piace: lunghe passeggiate, scoprire posti meravigliosi come questo che sembra incantato. È vero. Ma non mi concedo quasi mai la possibilità di sentire davvero ciò che succede quando incontro qualcuno. Ed è proprio per questo che evito gli incontri.

Non quelli qualunque. Di quelli sono circondato: sempre in mezzo a persone di ogni tipo. Ma quelli con chi potrebbe realmente rispecchiarmi e con cui creare intimità.

Sorseggio la birra, ormai quasi finita, e mi rendo conto che, in un posto del genere, sarebbe meraviglioso non essere solo.

Mi alzo, torno verso il bancone e ordino un’altra pinta fresca. Sorrido alla ragazza che la spilla in modo perfetto ma, oltre al sorriso, non riesco a far emergere nulla. 

È come se fossi bloccato.

Mi porge il boccale pieno. Lo prendo e torno alla mia finestra-oblò.

Un piccolo squarcio tra le nuvole dense lascia trapelare un timido raggio di sole che, tiepido, mi riscalda l’anima.

Ma che sta succedendo oggi? Possibile che stia osservando, come in uno specchio, quel piccolo spiraglio nel grigio del posto in cui mi sono nascosto?

Perché, devo ammetterlo, mi sono costruito un mondo confortevole, ma forse anche limitato.

Uhmm… quanti dubbi. E perché proprio ora?

Mi sono detto per tanto tempo che chiunque arrivasse troppo vicino, abbastanza da potermi toccare davvero, avrebbe potuto nuocermi in qualche modo. Così ho imparato a restare un passo indietro, come se bastasse quello a impedire agli altri di avvicinarsi davvero.

Bevo e sento una rabbia che sale come un rigurgito. Una sorta di aggressività che mi rendo conto di tenere a bada distraendomi in mille modi e convincendomi che da solo sto bene, che non ho bisogno di nessuno e che chiunque potrebbe essere soltanto un intralcio alla mia vita, faticosamente ricostruita tra impegni e responsabilità.

Ma è davvero vita?

Credo che resterò qui ancora un po’, in cerca non tanto di risposte quanto di domande che possano squarciare il cielo grigio.

Magari, chissà, esistono modi diversi di essere senza dover rinunciare.

Il faro testo di Vrilly
5

Suggeriti da Vrilly


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Vrilly